Quando uscì dalla palestra, Dario vide una luce nel laboratorio. Avrebbe voluto entrare a chiedere se la sua scatola fosse ancora lì. Dentro aveva lasciato i pezzi di un modello, e il giorno dopo la classe avrebbe riordinato gli scaffali. La porta era chiusa. Dario bussò due volte, ma nessuno rispose. Dietro il vetro scorse soltanto un tavolo e la manica azzurra di una persona chinata. Dario pensò che fosse la professoressa e che non volesse interrompere il lavoro. Si allontanò di qualche passo, poi tornò verso la porta. Dal corridoio arrivava il rumore dei ragazzi che andavano a casa; dal laboratorio, un colpo secco. La luce si spense. Dario strinse il foglio su cui aveva segnato le misure del modello. Gli parve che la porta fosse diventata più pesante senza muoversi. Il mattino seguente, prima della lezione, trovò la scatola sul banco. Accanto c'era un biglietto di Elena, una compagna: «Ho sistemato i pezzi usciti dalla scatola. Ero con la professoressa; avevamo tolto le batterie a una lampada per lasciarla spenta. Non ho sentito bussare». Dario lesse due volte. La manica azzurra poteva essere quella di Elena, ma il giorno prima non ne aveva visto il volto. Elena arrivò e gli chiese se mancasse qualcosa. Dario controllò i pezzi, poi mostrò il foglio spiegazzato. Avrebbe voluto raccontarle il laboratorio come un posto ostile. Disse soltanto che non aveva capito chi ci fosse e che si era preoccupato. Mentre Elena appoggiava un pezzo al modello, Dario pensò che il silenzio dietro una porta non fosse ancora una risposta. Sul foglio aggiunse una misura e lasciò spazio per quella che avrebbero verificato insieme.