Quando svuotammo l'armadio del laboratorio, trovai una busta fra due cartelline. Sul davanti c'era il nome di Irene, che aveva lasciato la scuola l'anno prima. La grafia era di mio fratello Paolo: riconobbi il modo in cui allungava l'ultima lettera. Avevano lavorato insieme al giornalino, poi avevano smesso di parlarsi. Io conoscevo la discussione soltanto attraverso Paolo e pensavo che Irene avesse portato via una sua idea. Non aprii la busta. La portai a Paolo e gli chiesi se voleva spedirla. Lui rimase un momento con il dito sotto il lembo, senza sollevarlo. «L'avevo scritta subito dopo la riunione», disse. «Poi ho trovato i fogli con le date». Mi raccontò che Irene aveva proposto un tema simile una settimana prima di lui. Nessuno dei due aveva ascoltato bene l'altro. La discussione era diventata una gara per stabilire chi avesse avuto per primo un'idea che avrebbero potuto sviluppare insieme. «Allora la lettera è una richiesta di scuse?» domandai. Paolo scosse la testa: «Quella era la lettera di prima». Aprì la busta per sé e guardò il foglio, senza leggerlo ad alta voce. Rimise la lettera nella busta senza mostrarmela, poi cercò un foglio pulito. Non gli chiesi di leggere nemmeno il nuovo testo. Da ciò che disse potevo capire perché la busta fosse rimasta nell'armadio; non potevo sapere le parole che conteneva. Fino a quel pomeriggio avevo riempito quel silenzio con la mia versione dei fatti. Una settimana dopo incontrai Irene alla fermata. Mi disse che Paolo le aveva scritto e che stavano preparando un piccolo numero del giornalino per la festa degli ex alunni. Non parlò della discussione. Io non le domandai chi avesse avuto l'idea della festa: quella domanda mi sembrò improvvisamente più piccola del lavoro che stavano facendo. Tornando a casa pensai alla vecchia busta. Non era la prova di ciò che Irene aveva fatto, ma la traccia di ciò che Paolo aveva pensato prima di trovare i fogli.