Quando salii sul pullman della gita, Dario aveva già posato lo zaino sul sedile vicino al vetro. Mi ero immaginata lì, con il quaderno sulle ginocchia, a disegnare il paesaggio durante il viaggio. Lui mi indicò il posto accanto, e io mi sedetti senza rispondergli. Dal corridoio vidi soltanto il suo profilo, che non si girava verso di me. Alla prima sosta scesi per comprare dell'acqua e incontrai la professoressa vicino alla porta. Mi chiese se dal mio posto riuscivo a leggere i cartelli che avrebbe mostrato durante il percorso. Le risposi che li vedevo bene, anche se mi sembrava una domanda strana. Al ritorno trovai sul mio sedile il quaderno che avevo lasciato nel cestino superiore, aperto su una pagina bianca. Ripartiti, la professoressa alzò il primo cartello e Dario si sporse verso il corridoio per leggerlo. Quando il pullman svoltò, cercò per un momento l'orizzonte oltre il vetro e appoggiò la fronte alla mano. Gli passai la bottiglia; lui ne bevve un sorso e mi ringraziò a voce bassa. Io avevo preso il quaderno aperto per un invito a lavorare, ma non gli avevo chiesto perché lo avesse spostato. Nel viaggio di ritorno Dario arrivò dopo di me e si fermò davanti ai due sedili liberi. Gli lasciai quello vicino al vetro, sistemando il quaderno sul posto accanto. Stavolta gli domandai se voleva che gli leggessi i cartelli, e lui annuì. Dal mio finestrino mancato potevo ancora seguire il paesaggio: bastava voltarmi, invece di aspettare che si voltasse lui.