Elia portò in aula il modellino di un fondale per la recita e lo appoggiò davanti a noi. Aveva dipinto le case con finestre tutte uguali, perché sulla scena volevamo un paese che sembrasse ordinato. Quando gli chiesi se potevo aggiungere una finestra storta, coprì il modellino con il coperchio della scatola. Presi quel gesto come una risposta e tornai al mio banco. Nella prova del pomeriggio la lampada illuminò il fondale vero e una casa proiettò un'ombra sul portone della casa vicina. La regista ci fece ripetere l'entrata: chi passava dal portone restava per qualche secondo al buio. Elia osservava da sotto il palco, con la scatola sulle ginocchia. Io cominciai a ridisegnare la mia finestra, cercando una forma che non somigliasse alle altre. Prima della prova successiva Elia aprì la scatola e mi mostrò il modellino visto di lato. Dietro le case aveva incollato piccoli sostegni di cartone, ancora umidi la mattina precedente. Mi chiese dove avrei messo una luce per rendere visibile il portone. Appoggiai il mio foglio sul tavolo, ma gli risposi indicando uno spazio fra due case. Nel fondale definitivo una finestra rimase inclinata e il portone ricevette una lampada separata. Nessuno dei due interventi cambiava il percorso degli attori; dal fondo della sala, però, il paese appariva meno regolare. Quando riposi la scatola sotto il palco, lasciai il coperchio accanto. Questa volta avevo aspettato una domanda prima di attribuire un significato al gesto di chiudere.