Per il giornalino scelsi una fotografia del cortile scattata da mia nonna quarant'anni prima. Al centro, un ragazzo reggeva una pianta dentro un barattolo e sorrideva verso l'obiettivo. Tagliai il bordo destro, dove una mano sfocata mi sembrava rovinare l'immagine, e preparai una didascalia: Il cortile, un luogo sereno per crescere insieme. Pensavo che il sorriso bastasse a sostenere quella frase. La nonna guardò la stampa intera e riconobbe il ragazzo, ma non si ricordava il suo nome. Disse che quel giorno avevano trasportato alcune piante perché il cortile doveva essere chiuso per riparare il pavimento. La mano sul bordo apparteneva a qualcuno che prendeva il barattolo successivo da un tavolo. Le chiesi se il ragazzo fosse contento del lavoro; mi rispose che dalla foto non avrebbe saputo dirlo. Ingrandendo l'originale, vidi dietro la mano due barattoli ancora sul tavolo e una zona del pavimento delimitata da una corda. Il ritaglio non aveva cambiato il sorriso, ma aveva tolto elementi utili a capire l'occasione. Anche il ricordo della nonna aveva un confine: spiegava lo spostamento delle piante, non ciò che provava il ragazzo. Sul foglio cancellai la parola sereno e lasciai per un momento lo spazio bianco. Nel giornalino pubblicai la fotografia intera con una didascalia sul trasporto delle piante prima della riparazione. Aggiunsi che la spiegazione dell'occasione proveniva dal ricordo della fotografa. La nonna, leggendo, indicò la mano e disse che non si era accorta di averla inquadrata. Quello che avevo considerato un difetto faceva vedere un lavoro condiviso, ma non trasformava una faccia sorridente nella prova di un sentimento.