In un laboratorio di lettura si confrontano due edizioni di un diario immaginario. La prima stampa soltanto le frasi della pagina; la seconda riporta anche una nota sul margine: «forse giovedì». La nota è della stessa mano del diario. La data nella riga principale è venerdì. Chi compra la prima edizione trova un giorno preciso; chi legge la seconda incontra un'esitazione. Il numero di parole cambia poco, ma cambia il rapporto del lettore con chi scrive. Si potrebbe dire che il curatore della seconda edizione abbia reso il diario più confuso. L'obiezione coglie un costo reale: le note chiedono tempo e possono interrompere la lettura. Tuttavia, in questo caso, eliminare il dubbio non equivale a chiarire una frase. Equivale a scegliere al posto del diarista, che aveva lasciato due indicazioni senza cancellarne una. Non sappiamo se volesse correggere il giorno o se stesse confrontando un ricordo con un'informazione ricevuta. Una terza edizione propone un percorso doppio. Offre il testo senza interruzioni e segnala con un piccolo richiamo dove si trovano le note. Nell'introduzione precisa che il venerdì non è stato verificato su un calendario degli eventi. La nota può così essere letta quando la domanda del lettore riguarda la precisione della memoria. Non ogni dettaglio materiale merita lo stesso spazio: una piega senza effetti sul testo può essere descritta nell'inventario, senza trasformarsi in una spiegazione del ricordo. Conservare un margine non significa attribuire a ogni segno un'intenzione profonda. Significa distinguere fra rendere comodo un percorso e renderlo l'unico percorso visibile. Il piccolo dubbio sul giorno non rende inutile il diario come fonte: informa su ciò che il diarista poteva affermare con sicurezza. Le edizioni qui descritte sono esempi inventati, ma la scelta che mettono in scena è concreta: facilitare l'accesso senza cancellare le condizioni in cui una voce ha preso forma.