La sera della festa, nel cortile della biblioteca, Pietro raccontò perché aveva lasciato il gruppo teatrale. Disse che il custode gli aveva negato la chiave del magazzino: senza i costumi non si poteva fare la prova. «Capite? Non voleva che riuscissimo», concluse. Gli ascoltatori annuirono. Io ero seduta sul muretto e ricordavo la porta chiusa, ma non avevo assistito alla conversazione. Nel racconto di Pietro, la porta sembrava avere già deciso da che parte stare. Due giorni prima avevo visto il custode consegnare una busta a Marta, la regista. Sul retro era scritto: ritirare entro le sei. Marta, che lavorava al pomeriggio, aveva chiesto a Pietro di passare. Lui era arrivato quando il custode stava abbassando la serranda; io lo avevo incrociato all'ingresso, ma non avevo guardato l'orologio. Durante la festa non ricordai subito la busta. Era più facile riconoscersi nel gruppo di quelli a cui qualcuno aveva impedito di fare qualcosa. Marta arrivò nel cortile con una scatola di fotografie. Ascoltò l'ultima frase e domandò a Pietro se avesse ricevuto il suo messaggio. Lui rispose che il telefono era scarico. Non aggiunse altro. Marta non disse che il custode fosse gentile; disse soltanto che il giorno successivo le aveva consegnato i costumi. Pietro cominciò a descrivere un'altra discussione, questa volta con un attore. Gli ascoltatori continuarono ad annuire, ma un ragazzo chiese quando si sarebbe fatta la prossima prova. Tornando a casa, scrissi sul mio quaderno: Pietro aveva trovato la porta chiusa. Stavo per aggiungere: per questo aveva lasciato il gruppo. Mi fermai. Il fatto che potevo confermare non bastava a chiudere la storia come l'aveva chiusa lui. Ricordai anche il mio silenzio sul muretto. Nel quaderno lasciai uno spazio tra le due frasi: non per assolvere il custode, del quale sapevo poco, ma per non prestargli un'intenzione soltanto perché rendeva più ordinato il racconto.