Per l'inaugurazione della radio scolastica avevamo preparato un servizio sulla palestra. Io avrei letto il testo, Nora avrebbe montato i suoni. Avevo scritto: «Finalmente uno spazio aperto a tutti». La frase sembrava adatta a cominciare; aveva un ritmo largo, come il portone appena verniciato. Nora mi fece ascoltare il rumore delle ruote di una carrozzina sul gradino dell'ingresso. Le chiesi di tagliarlo: interrompeva la musica. Non pensai subito che interrompesse anche la mia frase. Nel pomeriggio intervistai il responsabile. Spiegò che una rampa mobile sarebbe arrivata il mese seguente e che nel frattempo si poteva entrare dal cortile. Ripetei quelle parole nel servizio. Nora domandò a che ora fosse aperto il cancello del cortile. Non lo sapevo. Il responsabile, richiamato al telefono, disse che il cancello veniva chiuso alle quattro, mentre l'allenamento iniziava alle cinque. Mi propose di parlare dei nuovi canestri, che erano davvero un miglioramento. Registrai di nuovo l'apertura. La mia voce era più lenta: «Una palestra rinnovata, con un accesso ancora da risolvere». Nora lasciò il suono delle ruote e poi inserì la risposta del responsabile, senza cancellare la previsione della rampa. All'ascolto, l'intervallo prima della mia frase non sembrava più un guasto. Era il tempo necessario per sentire una difficoltà che la musica avrebbe coperto. Non avevamo chiesto a chi usava la carrozzina di spiegare da solo l'intero progetto. Il giorno della trasmissione il responsabile protestò per il tono, ma annunciò che avrebbe fatto aprire il cancello prima dell'allenamento. Non potevamo verificare quell'apertura mentre eravamo in diretta. Decidemmo di tornarci la settimana seguente. Sul foglio conservai entrambe le versioni dell'inizio. In quella scartata riconobbi la mia voglia di consegnare una storia finita: il portone era largo, e io gli avevo lasciato occupare tutto il posto della voce.