Il presidente del circolo arrivò quaranta minuti dopo l'ora fissata. Era una fortuna, spiegò il segretario: l'attesa aveva concesso ai soci il tempo di apprezzare la sala. Dal tavolo dove sistemavo i programmi potevo apprezzarla anch'io. Una sedia aveva una gamba corta, e sotto ci avevamo messo tre programmi piegati. Quando il presidente si sedette, il segretario spostò il mazzo rimasto davanti alla gamba, perché il rimedio non disturbasse la fotografia. Si consegnava il premio per la puntualità. Il vincitore era un dipendente della cooperativa che da anni apriva il circolo alle sette. Prima della cerimonia aveva passato un panno sul palco. Il presidente spiegò che essere puntuali significa adattarsi ai tempi degli altri: una definizione che il segretario annotò con entusiasmo. Il dipendente guardò l'orologio. Doveva prendere l'autobus per raggiungere il secondo lavoro. Nessuno gli aveva chiesto a che ora finisse la premiazione. Al momento della fotografia, il premiato teneva il riconoscimento e il panno nella stessa mano. Il segretario gli chiese di nascondere il panno: faceva apparire il premio meno solenne. L'uomo lo passò a me, poi domandò se potesse uscire. Il presidente gli rispose che sarebbe stato poco cortese abbandonare una festa in suo onore. «Solo un minuto», promise. L'orologio del palco era fermo; quello al polso del premiato no. Io raccolsi i programmi che il segretario aveva fatto cadere. Il giorno seguente il comunicato lodò la disponibilità del vincitore, rimasto fino al termine. Non disse che avesse perso l'autobus; io lo sapevo perché, fuori, gli avevo prestato il telefono per avvertire il secondo datore di lavoro. La fotografia mostrava una sala ordinata e un uomo senza panno. Il circolo aveva premiato la puntualità con una precisione ammirevole: del tempo di chi apriva la porta non era rimasta nemmeno una traccia nell'immagine.