La commissione invitò il quartiere a scegliere il colore delle nuove panchine. Il manifesto annunciava una consultazione «senza barriere». Per entrare nella sala bisognava superare due gradini; per inviare il parere serviva il codice sul manifesto, stampato in fondo, dove il vetro della bacheca rifletteva il sole. Io tenevo il registro. La prima persona arrivata chiese dove fossero previste le panchine. Il presidente rispose che era una domanda interessante, ma quella sera si parlava di colori. Una signora propose una panchina vicino alla fermata dell'autobus. «Verde o blu?», domandò il presidente, con il tono paziente di chi restituisce la parola a un interlocutore distratto. La signora spiegò che la fermata distava dal piccolo parco e che lì aspettava in piedi. Il presidente indicò il disegno del parco: c'erano tre panchine allineate accanto alla fontana. Era già stato approvato. Chiese alla signora di mettere una croce nel riquadro preferito. Nel registro segnai sei richieste riguardanti la posizione e nove preferenze sul colore. Non erano gruppi separati: alcune persone avevano espresso entrambe. Il presidente lesse i nove voti e concluse che il quartiere aveva partecipato al progetto. Gli passai anche la pagina delle richieste. La sistemò sotto il disegno, perché il pubblico potesse vedere meglio le future panchine. Nessuna richiesta di posizione venne discussa e la collocazione restò quella già approvata. Il comunicato parlò di un progetto nato dall'ascolto. Le panchine sarebbero state verdi, con una maggioranza che nessuno contestò. Quando tornai alla bacheca, la signora della fermata stava leggendo il comunicato. Mi domandò se la panchina fosse stata spostata. Le mostrai il disegno. «Almeno adesso so dove andare per sedermi», disse. Il presidente, se l'avesse sentita, avrebbe potuto aggiungere la frase all'elenco dei benefici della consultazione.