Un museo prepara un modulo per raccogliere ricordi del quartiere. Nel primo modello si legge: «Indichi il luogo nel quale si è verificato l'episodio». Durante una prova, una visitatrice risponde: «Dove stava il forno di Gino». Il redattore vuole sostituire la frase con un indirizzo preciso. La visitatrice spiega che il forno non esiste più e che l'indirizzo attuale indica un edificio diverso. Il modulo aveva chiesto precisione, ma il suo linguaggio non aveva previsto il modo in cui un luogo può sopravvivere nella memoria. In una versione successiva si chiede sia il nome ricordato sia il riferimento attuale, se noto. Il redattore conserva la risposta e aggiunge una nota che collega il forno a una vecchia mappa. La mappa serve a identificare il luogo, non a rendere sbagliate le parole della visitatrice. Il lettore può così distinguere ciò che la persona ha detto da ciò che l'istituzione ha ricostruito. Un archivio cerca confrontabilità, ma perde informazione se tratta ogni differenza di registro come imprecisione. Il problema invita a distinguere una norma condivisa dai diversi usi. La norma permette di costruire testi destinati a lettori lontani; un nome locale può custodire una relazione che la formula generale non esprime. Non ne segue che ogni forma sia adeguata a ogni occasione. Se il museo deve dare indicazioni per raggiungere un ingresso, il nome di un forno scomparso non basta. Se documenta il quartiere ricordato, cancellarlo elimina proprio una parte dell'oggetto studiato. La versione finale del modulo spiega perciò la destinazione delle due risposte e segnala separatamente la nota della redazione. La chiarezza nasce dal rapporto fra destinatario, uso e fonte, non dalla sostituzione preventiva di tutte le voci con un registro unico. È un caso contemporaneo inventato: aiuta a formulare domande sulla codificazione e sulla varietà linguistica, ma non dimostra come si parlasse nel Cinquecento né sostituisce lo studio di fonti storiche della questione della lingua.