Nel laboratorio di una scuola si confrontano due pellicole per le finestre, X e Y. Il caso e le misure qui descritti sono inventati. Lo scopo è capire come un resoconto passi dai dati a una conclusione. Il primo giorno X viene applicata a una finestra rivolta a sud, Y a una rivolta a nord. Si registra meno luce dietro Y. Il titolo provvisorio della relazione è: «Y scherma più di X». Il dato esiste, ma le condizioni delle finestre non sono equivalenti. Una seconda prova usa la stessa finestra e lo stesso sensore. Si misura X al mattino e Y al pomeriggio. La differenza si riduce, ma non scompare. Il gruppo pensa di aver eliminato il problema dell'orientamento. Ha ragione su quel punto; non ha mantenuto uguale la luce esterna. Una nuvola può modificare la misura senza che la pellicola cambi proprietà. Il resoconto annota allora l'ora e il cielo osservato, che nella prima prova erano stati omessi. Nella terza prova una sorgente luminosa stabile illumina a turno le due pellicole, mantenendo uguali distanza e posizione del sensore. Si ripete più volte lo scambio per controllare la stabilità delle letture. Y lascia passare meno luce nelle condizioni descritte. Il nuovo titolo precisa: «Confronto della luce trasmessa da X e Y nel banco di prova». Non afferma quale pellicola convenga installare in ogni aula: il confronto non considera calore, costo o necessità di vedere bene per leggere. La relazione mantiene i tentativi precedenti in una sezione del metodo. Non li usa come conferme aggiuntive della terza prova, perché le differenze di contesto restano. Servono invece a mostrare perché si è scelto un controllo più preciso. La prosa del resoconto cambia insieme al metodo: un verbo come «dimostra» viene sostituito da una descrizione delle condizioni in cui il risultato è stato ottenuto. Il limite non è una formula di prudenza aggiunta alla fine; determina quali conclusioni il lettore può ricavare.