Ho raccontato molte volte il mio ritorno in paese. Dico che la stazione era deserta e che mio padre mi aspettava sotto l'orologio. Quando lo racconto a mia figlia, lascio che quel vuoto prepari l'incontro: due persone, dopo una lunga assenza. Lei mi chiede come possa essere deserta una stazione in cui c'è già mio padre. Rispondo che è un modo di dire. La risposta mi sembra ragionevole finché non guardo la fotografia che mia sorella ha trovato nello stesso cassetto del biglietto. La fotografia mostra mio padre vicino al chiosco, accanto a una donna con una valigia. In fondo ci sono altri viaggiatori. L'orologio non entra nell'inquadratura. Mia sorella dice di aver scattato la foto quel giorno; sul retro compare una data compatibile con il biglietto. Non ricordo la donna. Potrei dire che la fotografia è sbagliata, ma non ho una ragione per farlo. Potrei anche cambiare il racconto per descrivere la folla; neppure quella parola sarebbe precisa per le poche persone visibili. La sera apro il vecchio quaderno. Avevo scritto che, vedendo mio padre, non avevo più notato il resto del marciapiede. La stazione deserta è arrivata dopo, nelle versioni orali. Ha trasformato un limite della mia attenzione in una qualità del luogo. Il quaderno non è una ripresa dell'incontro: anche allora avevo scelto che cosa scrivere. Ma la frase spiega perché un dettaglio del mio ricordo potesse cambiare senza che dovessi inventare la presenza di mio padre. Racconto di nuovo l'episodio a mia figlia. Dico che c'erano persone e che per me, per un momento, erano uscite dalla scena. Lei mi chiede chi fosse la donna. Non lo so. Il nuovo racconto non riempie ogni vuoto; cambia il punto in cui lo lascia. Prima il vuoto circondava mio padre e gli dava tutta la luce. Adesso resta accanto a lui, nella figura che la fotografia conserva e la mia voce non sa ancora nominare.